Tesoro, prendo i soldi e scappo. I requisiti della truffa “sentimentale”

Milano. Scocca l’amore, o presunto tale, tra due infermieri del policlinico San Raffaele di Milano.

Dopo appena un paio di mesi di relazione sentimentale, però, l’uomo iniziò ad avanzare richieste economiche dietro promessa di restituzione. Così la donna prestò allo stesso, prima 1.500 euro, che gli sarebbero serviti per pagare le tasse in un momento di difficoltà, poi la somma di circa 14.500 euro, in diverse tranche, per avviare un’attività imprenditoriale in Perù.

I due intrapresero anche un viaggio insieme nel paese sudamericano, ma al ritorno dalle vacanze, l’inaspettato benservito: ”ti ringrazio per i soldi ma non posso più rimanere con te”.

La donna chiese immediatamente la restituzione del denaro. Ma nulla gli fu restituito, se non soli 280 euro. Denunciato, l’uomo è finito sotto processo con l’accusa di truffa e appropriazione indebita ex articoli 640 e 646 cod. pen. Ma per il Tribunale di Milano, terza sezione, l’uomo va assolto: l’omesso restituzione delle somme di denaro a lui prestate non integra alcuno dei reati contestati, anzi, a detta del Tribunale esula totalmente dall’area della rilevanza penale.

Il delitto di truffa è un delitto contro il patrimonio commesso mediante la cooperazione della vittima, carpita con la frode, la cui condotta tipica consta di quattro eventi tra loro collegati e cronologicamente successivi: il soggetto deve porre in essere un comportamento fraudolento che comprenda artifici e raggiri; a causa di tali atti fraudolenti, il soggetto passivo della condotta deve essere indotto in errore; a causa di tale errore, il soggetto ingannato deve compiere un atto di disposizione patrimoniale; da tale atto devono derivare un danno ingiusto ad altri e un profitto ingiusto del soggetto agente.

Può pertanto ritenersi integrata una truffa quando una persona inganni il proprio compagno ( o compagna) circa i propri sentimenti al solo scopo di ottenere un vantaggio patrimoniale con altrui danno?

La risposta non può che essere affermativa: è infatti sicuramente ipotizzabile il caso di un soggetto che, attraverso un’artificiosa messa in scena, faccia credere ad una persona che esistano determinati sentimenti di affetto o di amore reciproci all’unico e preciso scopo di ottenere da quest’ultima un atto di disposizione patrimoniale.

In simili ipotesi, però, è tuttavia più che mai doveroso vagliare con cura ogni singolo elemento costitutivo della fattispecie di reato, onde evitare una spropositata estensione dell’area della rilevanza penale.

Un primo aspetto da vagliare è la concreta portata fraudolenta della condotta: non c’è infatti truffa laddove l’inganno non sia stato tessuto in modo artificioso attraverso un’alterazione della realtà esterna, simulatrice dell’inesistente o dissimulatrice dell’esistente (artificio) o con una menzogna corredata da ragionamenti idonei a farla scambiare per realtà (raggiro). Insomma, il semplice mentire sui propri sentimenti ( la nuda menzogna) non integra una condotta tipica di truffa.

Il secondo fondamentale aspetto concerne il dolo. Esso deve essere presente al momento dell’inizio della condotta. Il dolo sopravvenuto non dà infatti luogo al delitto di truffa. L’agente dee avere fin dall’inizio voluto ingannare la vittima e ottenere una prestazione patrimoniale ingiusta. Sono dunque penalmente irrilevanti le condotte poste in essere nell’ambito di una relazione sentimentale che non sia stata intrapresa fin dall’origine con quel preciso intento criminoso.

Un terzo aspetto, infine, riguarda il rapporto causale tra errore e atto di disposizione patrimoniale. Si ha truffa solo se l’errore è causa dell’atto dispositivo e cioè quando, in assenza di esso, quell’atto non sarebbe stato posto in essere. Non c’è reato se la scelta della vittima di porre in essere l’atto di disposizione patrimoniale non è stato effettivamente determinato dall’errato convincimento che la controparte provi determinati sentimenti, o abbia determinati propositi per il futuro. Si pensi, per esempio, al caso di un uomo ricco che intraprenda una relazione con una giovane e bellissima donna, ricoprendola di doni e spendendo in suo favore ingenti capitali. In tal caso, anche qualora si dimostri che la donna non provava fin dall’inizio alcun sentimento nei confronti dell’uomo, non potrà dirsi integrato il reato di truffa finché permanga il ragionevole dubbio che la presunta vittima, essendo ben lieto di accompagnarsi all’avvenente ragazza, anche sapendo della reale intenzione della stessa, si sarebbe comportato allo stesso modo.

Pertanto, se è vero che può affermarsi che la truffa sentimentale è astrattamente ipotizzabile, bisogna anche riconoscere come, in concreto, sia difficilmente ravvisabile. Non a caso, il Tribunale di Milano ha ritenuto il reato non integrato. Dalla ricostruzione dei fatti emersa durante l’istruttoria dibattimentale, infatti, si evinceva che l’imputato intraprese la frequentazione con la donna senza adoperare alcuna malizia e che l’intenzione di non restituire le somme ricevute sorse solo successivamente, allorché la relazione sentimentale tra i due terminò e i loro rapporti si deteriorarono. Per tali motivi, l’uomo non poteva che essere assolto, difettando sia gli elementi oggettivi che soggettivi del reato di truffa.

L’uomo è stato poi anche assolto dall’accusa di appropriazione indebita: coerentemente con la più recente giurisprudenza di legittima in materia, il Tribunale di Milano ha sottolineato come il fondamento del reato di appropriazione indebita vada individuato nella volontà del legislatore di sanzionare penalmente il fatto di chi, avendo l’autonoma disponibilità della cosa, dia alla stessa una destinazione incompatibile con il titolo e le ragioni che ne giustificano il possesso, anche qualora si tratti di una somma di denaro.

Ciò che è stato contestato all’imputato, però, non è la mancata destinazione delle somme consegnate ad uno scopo prefissato nell’interesse della proprietaria, bensì il mancato rispetto dell’obbligo di restituire l’equivalente di quelle somme dopo averle utilizzate. Non si è contestato, cioè, una destinazione incompatibile con le ragioni che giustificano il possesso del denaro. La mancata restituzione di una somma di denaro può dar luogo solo ad una violazione contrattuale rilevante in sede civile, ma non già al delitto di appropriazione indebita ne a qualsivoglia altro illecito penale.

Per tali ragioni, il Tribunale di Milano ha assolto l’uomo da entrambe le contestazione perché il fatto non sussiste.

Post Navigation