Stupefacenti e rideterminazione della pena: non si tratta solo di aritmetica

Ancora numerosi gli interrogativi sugli effetti della sentenza della Corte Costituzionale n 32 del 2014 in materia di stupefacenti. Il Supremo Collegio, con la sentenza n. 35980/15, ha specificato come il giudizio di rinvio, a seguito di annullamento limitatamente alla determinazione della pena, non possa essere una mera ricognizione aritmetica della pena proporzionale a quella originariamente irrogata e parametrata alla cornice edittale derivata dall’intervento della Consulta.

Tale, la tesi dei ricorrenti che lamentavano l’operato del giudice del rinvio che aveva proceduto  invece ad una rivalutazione nel merito del fatto e della personalità dell’imputato. La Corte di Cassazione ha ritenuto però le censure infondate per due convergenti ragioni.

Sotto un primo profilo, la Corte ha rilevato come l’applicazione di un criterio meramente aritmetico avrebbe reso superfluo, ai sensi dell’articolo 620 comma 1 lettera l) cod. proc. pen., il rinvio ai fini indicati. La norma citata, infatti, prevede che la Corte di Cassazione possa provvedere con sentenza di annullamento senza rinvio laddove sia essa stessa in grado di procedere alla determinazione della pena.

Sotto un diverso profilo, poi, il Supremo Collegio ha rilevato che, come affermato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 33040/15, la pena irrogata sulla base della disciplina di cui all’art. 73 Legge sugli stupefacenti così come modificata dalla novella del 2006 è illegale in relazione non alla sanzione in sé, ma all’intero procedimento di commisurazione giudiziale, basatosi su una cornice edittale costituzionalmente illegittima.

L’illegalità del procedimento commisurativo, e non solo del suo esito, rende pertanto necessaria una “nuova” commisurazione della pena che assuma come parametro edittale quello stabilito dalla disciplina oggi in vigore: trattandosi di una disciplina incentrata sulla distinzione tra droghe “leggere” e droghe “pesanti”, laddove quella oggetto dell’intervento della Corte Costituzionale aveva invece unificato il trattamento sanzionatorio sopprimendo ogni distinzione basata sulla diversa natura delle sostanze droganti, la “nuova” determinazione della pena non può risolversi in un’operazione meramente aritmetica, preclusa in radice dal divergente apprezzamento del disvalore del fatto sottesa alle due discipline.

Per tali ragioni, il Supremo Collegio ha dichiarato le doglianze infondate e, pertanto, ha rigettato i ricorsi e condannato i ricorrenti alle spese processuali.

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