Omesso versamento delle ritenute previdenziali: la contestazione dell’Inps è a forma libera

 

L’imputato, ritenuto responsabile del reato previsto e punito dall’art. 2 della legge 638/83, ha impugnato la sentenza di condanna davanti alla Suprema corte deducendo la violazione di legge ed il vizio di motivazione, laddove non si riconosceva la nullità della notifica di accertamento della violazione da parte dell’Inps perché effettuata a mezzo del servizio postale senza il rispetto delle prescritte formalità, in violazione dell’art. 40 comma 3 d.P.R. 655/82 in relazione all’art. 1135 cod.civ.

L’art. 2 Legge 638/83 al comma 1-bis prevede che l’omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate sulle retribuzioni dei lavoratori sia punito con la reclusione fino a tre anni. La medesima norma prevede anche una causa di non punibilità: il datore di lavoro, infatti, se provvede entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione non è più punibile.

La effettiva possibilità di esercizio della facoltà per l’imputato di effettuare il versamento omesso, presuppone che l’avviso dell’accertamento inviato dall’ente al datore di lavoro contenga l’indicazione del periodo a cui si riferisce l’omesso versamento delle ritenute ed il relativo importo, la indicazione della sede dell’ente presso il quale deve essere effettuato il versamento entro il termine di tre mesi concesso dalla legge e l’avviso che il pagamento consente di fruire della causa di non punibilità, il che richiede, nell’ambito della verifica cui sono chiamati il giudice e il pubblico ministero, che in caso di omessa notifica dell’accertamento l’imputato sia stato raggiunto in sede giudiziaria da un atto di contenuto equipollente all’avviso dell’ente previdenziale e come tale viene individuato il decreto di citazione a giudizio, ma a condizione che contenga gli elementi essenziali del predetto avviso.

Con riferimento alla prova dell’avvenuta comunicazione dell’accertamento dell’omesso versamento delle ritenute previdenziali a parte dell’Inps, la Corte ha osservato che detta comunicazione è a forma libera e non richiede particolari formalità, con la conseguenza che può ritenersi valida anche la spedizione a mezzo raccomandata.

Si è ulteriormente stabilito come la presenza della corretta indicazione del destinatario della contestazione di accertamento della violazione degli obblighi contributivi e dell’indirizzo ove effettuare il recapito della lettera raccomandata mediante la quale viene eseguita la comunicazione permetta di escludere che possa assumere rilievo l’impossibilità di risalire all’identità dell’effettivo consegnatario in mancanza di concreti e specifici dati obiettivi che consentano di ipotizzare che la comunicazione non sia stata portata alla sua conoscenza senza sua colpa. Con l’ulteriore precisazione che si debba sempre presumere che il soggetto che sottoscrive l’avviso di ricevimento sia comunque persona abilitata alla ricezione per conto del destinatario del plico.

Con riferimento alla compiuta giacenza, la Corte ha osservato che la spedizione della comunicazione ad un valido indirizzo dimostra l’ottemperanza, da parte dell’ente previdenziale, all’onore informativo, disattendendo così un altra recente pronuncia della medesima Sezione ( Cass. Pen. Sez. III n. 43308 del 15/07/14) che si pone su un piano del tutto differente, affermando che la compiuta giacenza non sia dimostrativa di una effettiva conoscenza della comunicazione e di una sicura conoscibilità in concreto e, dando atto delle conseguenze della comunicazione sulla punibilità penale, afferma che non ci si può limitare a verificare il rispetto delle procedure postali, ritenendo, conseguentemente, generalmente non idonea e valida una comunicazione della contestazione dell’accertamento della violazione effettuata mediante raccomandata postale che sia stata restituita dall’ufficio postale al mittente per compiuta giacenza.

Tuttavia La Suprema corte è ora orientata a condividere quanto specificato dalla giurisprudenza civile: per poter vincere la presunzione legale di conoscenza, è necessario un fatto o una situazione che spezzi o interrompa in modo duraturo il collegamento tra il destinatario ed il luogo di destinazione della comunicazione e che tale situazione sia incolpevole, cioè non superabile con l’uso dell’ordinaria diligenza.

Anche solo la mera inerzia, afferma il Collegio, sarebbe idonea a vanificare l’intera procedura di comunicazione , laddove si ritenesse che gli adempimenti postali sopra ricordati non sono sufficienti a perfezionare la comunicazione quando risulta documentato che questa, spedita all’indirizzo del destinatario e non recapitata per sua assenza, sia stata restituita al mittente trascorso il termine di giacenza.

 

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