Mancata tenuta delle scritture contabili: bancarotta semplice o fraudolenta?

Avverso tale sentenza ha ricorso in Cassazione l’imputato deducendo violazione di legge e vizio di motivazione: la previsione incrimininatrice, ha sostenuto l’imputato, sanziona unicamente una condotta attiva, il reato pertanto non è integrato dalla mera omissione nella tenuta della contabilità.

La Suprema Corte, con la sentenza n.18146/15, ha dichiarato il ricorso fondato nei seguenti termini: la norma contestata non esclude, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, che la condotta possa essere realizzata nella forma omissiva della pura e semplice mancata tenuta della contabilità. In astratto tale ipotesi costituisce infatti una modalità di gestione contabile idonea ad ottenere il risultato lesivo dell’irricostruibilità dell’andamento dell’impresa.

Tale ipotesi pone tuttavia delle problematiche particolari con riguardo al suo inquadramento nella fattispecie della bancarotta documentale fraudolenta piuttosto che in quella della bancarotta documentale semplice, in considerazione dell’espressa previsione della condotta di omessa tenuta delle scritture contabili di cui all’art. 217, comma secondo, legge fallimentare. Tale previsione normativa rende necessario, perché possa sussistere la figura criminosa della bancarotta fraudolenta, che la condotta assuma connotazioni ulteriori rispetto al comportamento omissivo in quanto tale.

Il carattere distintivo della fattispecie della bancarotta documentale fraudolenta è l’evento costituito dall’irricostruibilità del patrimonio o dei movimenti finanziari della società. Detto evento è, però, il risultato di una determinata modalità di condotta, individuata dalla norma nella tenuta della contabilità in maniera da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari dell’impresa.

Mentre comportamenti attivi di manipolazione contabile di dati relativi all’attività dell’impresa risultano univocamente significativi quali diretti a cagionare l’irricostruibilità della gestione, tanto non può dirsi per la condotta esclusivamente omissiva, la quale è parimenti riferibile alle prospettive di negligenza o trascuratezza che caratterizzano l’ipotesi della bancarotta semplice.

Pertanto il dato distintivo tra le due fattispecie criminose deve essere individuato nell’atteggiamento psicologico del soggetto agente. In questi casi, argomenta la Corte, il reato di bancarotta fraudolenta documentale è infatti ravvisabile solo laddove sia accertata la volontà specifica del soggetto agente di impedire la ricostruzione dei fatti gestionali, con il conseguente pregiudizio per i creditori.

Tanto implica che nella particolare fattispecie esaminata, a differenza degli altri casi di bancarotta fraudolenta documentale, l’elemento psicologico non si potrà ridurre al dolo generico integrato dalla mera consapevolezza che la modalità di contabilizzazione adottate rendano impossibile tale ricostruzione, essendo viceversa necessario che il dolo assuma il ben più pregnante contenuto descritto in termini di volontà di occultare accadimenti gestionali al controllo dei creditori.

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