Mai più “eterni giudicabili”

Dopo avere accertato con una perizia che lo stato mentale dell’imputato è tale da impedirgli la cosciente partecipazione al procedimento, il giudice deve disporne la sospensione (art. 71 cod. proc. pen).In seguito, il giudice deve eseguire ogni sei mesi ulteriori accertamenti peritali, fino a quando non risulta possibile la cosciente partecipazione dell’imputato al procedimento o non risulta che nei suoi confronti debba essere pronunciata una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere (art. 72 cod. proc. pen.).

Durante la sospensione del procedimento, però, rimane sospeso anche il corso della prescrizione (art. 159, primo comma, cod. pen.). Nel caso in cui, con il passar del tempo, lo stato mentale dell’imputato che ha determinato la sospensione del procedimento non migliori, ma dia luogo a una condizione di incapacità irreversibile, si produce dunque una paralisi processuale destinata a durare fino alla morte dell’imputato: è la situazione dei cosiddetti “eterni giudicabili”, cui danno congiuntamente luogo le disposizioni degli artt. 71  cod. proc. pen. e 159, primo comma, cod. pen.

Per l’art. 72 cod. proc. pen., poi, la sospensione del procedimento potrebbe cessare solo se dovesse essere pronunciata una sentenza di proscioglimento o di non luogo a procedere, ma, salvo che esistano casi particolari di proscioglimento, l’unica sentenza possibile di questo genere, quella di estinzione del reato per prescrizione, rimarrebbe preclusa, poiché il corso della prescrizione è destinato a sua volta a restare sospeso insieme con il procedimento.

Una siffatta situazione processuale pregiudica l’imputato, che rimarrà perennemente tale, e dà luogo a una durata del procedimento ingiustificatamente protratta e assai onerosa, perché scandita da periodici controlli dello stato mentale dell’imputato, inutili, una volta che sia stata accertata l’irreversibilità della sua incapacità processuale.

Del resto l’incompatibilità della sospensione della prescrizione con una situazione destinata a protrarsi in definitivamente nel tempo è confermata dalla disposizione del quarto comma dell’art. 159 cod. pen., aggiunto dall’art. 12, comma 2, della legge 28 aprile 2014, n. 67 (Deleghe al Governo in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio. Disposizioni in materia di sospensione del procedimento con messa alla prova e nei confronti degli irreperibili), la quale, nel caso di sospensione del procedimento nei confronti degli imputati irreperibili, di cui all’art. 420 -quater cod. proc. pen., ha posto un limite alla sospensione del corso della prescrizione, stabilendo che la sua durata «non può superare i termini previsti dal secondo comma dell’articolo 161» del codice penale, e cioè che, una volta maturato tale termine, la sospensione deve cessare anche se continua l’irreperibilità e la correlativa sospensione del procedimento.

Negli anni sono state sollevate, con riferimento agli artt. 3, 24 e 111 Cost., varie questioni di legittimità costituzionale per porre termine a una sospensione processuale, priva di una prospettiva finale, ma se ne è sempre ritenuta l’infondatezza o l’inammissibilità (sentenza n. 281 del 1995; ordinanze n. 112 del 2007 e n. 33 del 2003).Più di recente, la questione degli “eterni giudicabili” è stata riproposta alla Corte Costituzionale in una prospettiva diversa, basata sulla prospettazione dell’illegittimità costituzionale della disciplina della sospensione della prescrizione, anziché di quella della sospensione del procedimento.

La Corte, con la sentenza n. 23 del 2013, ha riconosciuto l’esistenza di «una reale anomalia insita nelle norme correlate concernenti la sospensione della prescrizione estintiva […] e la sospensione del processo per incapacità dell’imputato». ma nonostante ciò, la Corte ha dichiarato inammissibile la questione,rilevando che, per porre rimedio alla riscontrata anomalia, le «possibilità di intervento normativo» erano «molteplici in ordine alle modalità procedurali configurabili» e che la loro scelta spettava al legislatore.Nel dichiarare l’inammissibilità, però, la Corte ha rivolto un monito al legislatore, affermando che « non sarebbe tollerabile l’eccessivo protrarsi dell’inerzia legislativa in ordine al grave problema individuato nella presente pronuncia».

Tuttavia, all’anomalia il legislatore non ha ancora posto rimedio, sicché  la Corte, con la sentenza n. 45/2015, non potendo operare una scelta della soluzione più opportuna, che compete al legislatore,chiamata a decidere sulla legittimità costituzionale della sospensione senza limiti del corso della prescrizione, nel caso di incapacità processuale irreversibile dell’imputato, ha pertanto dovuto concludere dichiarando la questione sollevata dal Tribunale di Milano fondata.

A nulla rileva, infine, il fatto che con  l’art. 9  del disegno di legge n. 2798, presentatoalla Camera il 23 dicembre scorso, il Legislatore voglia inserire nel codice di procedura penale  un nuovo articolo 72-bis, che preveda la definizione del procedimento con una sentenza di non doversi procedere per incapacità irreversibile dell’imputato. Con questa disposizione, se sarà approvata, l’incapacità irreversibile dell’imputato effettivamente avrà una disciplina specifica. Ma, nell’attesa, la Corte Costituzionale non ha potuto non riconoscere la fondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale ordinario di Milano, e pertanto ha dichiarato, per contrasto con l’art. 3 Cost., l’illegittimità costituzionale dell’art. 159, primo comma, cod. pen., nella parte in cui, ove lo stato mentale dell’imputato sia tale da impedirne la cosciente partecipazione al procedimento e questo venga sospeso, non esclude la sospensione della prescrizione quando è accertato che tale stato è irreversibile.

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