Fai come ti dico o pubblico tutto su You Tube! La violenza privata “telematica”

youtubeReggio Calabria. Un trentenne è stato condannato in appello per i reati di violenza privata (art. 610 cod. pen.) e di trattamento illecito di dati personali ( art. 167 D. Lgs. n. 196/2003).

Per giungere a tale conclusione, la Corte calabrese ha osservato che la violenza privata, consistente nell’aver costretto la parte offesa ad aver contatti informatici con lui sotto continue minacce di pubblicazioni in rete di un video che la ritraeva in pose oscene, risultava dimostrata dal contenuto minaccioso delle mail inviate alla ragazza tenuta letteralmente sotto scacco. Il reato di trattamento illecito dei dati personali risultava invece provato dalla avvenuta pubblicazioni del video su You Tube con conseguente lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine.

Contro tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso in cassazione. Ma il Supremo Collegio, con la sentenza n.40356/2015  terza sezione, lo ha respinto dichiarandolo  infondato.

Il delitto di violenza privata si consuma ogni qual volta l’autore con la violenza o con la minaccia lede il diritto del soggetto passivo di autodeterminarsi liberamente, costringendolo a fare, tollerare od omettere qualcosa.

Al contrario della minaccia che ha natura formale, la violenza privata è un reato di danno, nel quale la condotta sanzionatoria si realizza con la coartazione della volontà altrui e l’evento lesivo si concretizza nel comportamento coartato di colui che l’ha subita.

La Corte d’Appello nel caso di specie ha ravvisato gli estremi del reato dalla lettura delle email allegate alla denuncia, e in particolare dal messaggio con cui l’imputato, in caso di persistente blocco del contatto o mancata risposta, prospettava alla ragazza gravi danni all’immagine derivanti dalla pubblicazione del video nell’ambiente ristretto di Reggio Calabria.

L’atteggiamento minaccioso era consistito nel costringere la ragazza ad intrattenere rapporti telematici, prospettandole la possibilità di divulgare il video in cui essa compariva con la gonna sollevata: in tal modo l’imputato, approfittando della disponibilità del video e minacciandone la divulgazione, aveva indotta la donna ad intrattenere le comunicazioni coartandone la capacità di autodeterminazione e tenendola così sotto scacco.

Con riferimento invece all’illecito trattamento dei dati personali, l’art. 167 D.lgs. 196/2003 dispone:

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare al altri un danno, procede al trattamento dei dati personali in violazione di quanto disposto dagli artt. 18,19,23,123,126 e 130, ovvero in applicazione dell’art. 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazioni o diffusione, con la reclusione da sei a 24 mesi.

Va ricordato che il concetto di nocumento è ben più ampio di quello di danno, volendo abbracciare qualsiasi effetto pregiudizievole che possa conseguire alla arbitraria condotta invasiva altrui.

Nel richiedere appunto il nocumento, la legge vuole  solo escludere dalla sfera del penalmente rilevante quelle condotte, pure intrusive, che tuttavia siano rimaste del tutto irrilevanti nelle loro conseguenze.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello, dall’avvenuto inserimento nel circuito You Tube del video osé non poteva che desumere l’esistenza del nocumento, consistente proprio nella lesione del diritto alla riservatezza dell’immagine della persona offesa.

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