Danno da spamming: risarcibile solo con prova rigorosa

L’attore ha a tal fine esposto di avere ricevuto per diversi mesi, al proprio indirizzo di posta elettronica, email provenienti dalla newsletter dell’associazione privata, pur senza averne mai fatto richiesta e senza avere mai rilasciato preventiva autorizzazione al trattamento dei propri dati.

L’attore ha dedotto la contrarietà del comportamento tenuto dalla convenuta ai principi posti dal Codice del Consumo in tema di pratiche commerciali scorrette e la violazione delle norme poste dal Codice della Privacy, stante il difetto di consenso preventivo ed informato al trattamento dei propri dati personali.

Ha aggiunto che lo spamming posto in essere a proprio danno dalla convenuta gli aveva causato danni patrimoniali consistiti nel pagamento del costo telefonico della connessione ad internet, nell’intasamento di tutte le funzioni internet, nella perdita di tempo derivata dalla lettura ed eliminazione dei messaggi indesiderati e non patrimoniali, consistiti nella intrusione non autorizzata nella propria sfera di riservatezza e nella lesione di diritti costituzionalmente garantiti, quali la tutela all’immagine, alla riservatezza ed all’identità personale, quantificabili in Euro 3.000,00  oltre interessi.

Principio più volte affermato dal Garante per la protezione dei dati personali è, effettivamente, quello a tenore del quale il destinatario di comunicazioni indesiderate possa rivolgersi al giudice civile per ottenere il risarcimento dei danni ingiusti derivati da condotte integranti spam.

Ma, sebbene il danno da spamming sia certamente, in astratto, rientrante nel novero di quelli suscettibili di tutela risarcitoria, occorre pur sempre che ne sia offerta in giudizio rigorosa prova, in coerenza con il generalissimo principio posto dall’art. 2697 c.c., secondo cui chi agisce in giudizio deve fornire la prova dei fatti costitutivi della domanda.

Così il Tribunale di Perugia ha ritenuto che, in riferimento al danno patrimoniale, l’attore si è limitato a richiamare gli ipotetici riscontri patrimoniali genericamente connessi al fenomeno dello spamming.

Sul punto il Tribunale ha precisato che, potendo atteggiarsi il danno patrimoniale sub specie di danno emergente o lucro cessante, occorre offrire in giudizio specifica deduzione e prova di un pregiudizio economicamente valutabile ed apprezzabile, che non sia meramente potenziale o possibile ma che appaia invece connesso all’illecito in termini di certezza o, almeno, con un grado di elevata probabilità, anche eventualmente ricorrendo al criterio dell’id quod plerumque accidit o comunque provare la propria ridotta capacità reddituale, che deve porsi in termini di incidenza sulle proprie possibilità di guadagno futuro.

Si palesa invece del tutto insufficiente al fine auspicato dall’attore, in difetto di più specifiche deduzioni, il generico richiamo a costi di connessione, a non comprovati fenomeni di intasamento delle funzioni internet, a dispendi di tempo e denaro.

Per quanto attiene al diverso profilo del danno non patrimoniale, il Tribunale ha osservato come non sia sufficiente ad ottenere tutela risarcitoria  il fatto che il diritto sia meritevole di tutela in astratto, ma è altresì necessario che esso sia inciso oltre una soglia minima e che dia origine ad un pregiudizio serio.

l’attore ha prodotto in atti copia di circa una quindicina di email ricevute da indirizzi riconducibili all’associazione convenuta ed ha solo genericamente dedotto che i detti messaggi di posta elettronica avrebbero causato danni a beni costituzionalmente rilevanti, quali l’immagine, l’identità personale, la riservatezza, ma non ha mai dedotto, né tanto meno provato, in cosa si sarebbero concretizzate le dette lesioni e quale sarebbe stato in concreto il pregiudizio derivato ai beni richiamati. Né, ha ritenuto francamente il Giudice, il tempo occorrente per “cancellare” i messaggi di posta elettronica in questione assurge a pregiudizio serio, idoneo a provocare altro che non sia un mero fastidio.

Così argomentando, il Tribunale di Perugia ha respinto la domanda attorea di risarcimento.

Post Navigation